LE FURIE

Titolo originale: Le furie, 2020, china su carta
Titolo originale: Le furie, 2020, china su carta

MELISSA

L’invidia è una questione di pelle. Quella delle mie sorelle me la sentivo addosso, tra i capelli, negli occhi, ma non era colpa mia se io avevo i capelli biondi e gli occhi azzurri, e loro no. Mi chiudevo in camera per impedire che toccassero le mie cose. Okay, lo facevo anche per tenere lontano mio padre. Era colpa sua se eravamo costretti a vivere chiusi in casa.

Quella notte ero in camera mia, come sempre, non ricordo perché andai in cucina, forse avevo sete. Appena giunta sulla soglia vidi mia madre e mio padre a terra. Lui era sopra di lei, che aveva le braccia aperte. Subito pensai che stessero facendo sesso e mi fecero schifo, poi misi a fuoco la cosa, e vidi una corda tra le mani di mio padre. Non so se urlai, afferrandolo per le spalle e spingendolo via ma lui stranamente non fece resistenza, si accasciò contro un mobile con la corda tra le mani. 

Mi inginocchiai e cercai di rianimare mia madre con un massaggio cardiaco, ma era già morta. 

Fu in quel momento che entrò mia sorella Teresa, quando vide mia madre diede di matto, spaccando tutto, poi arrivò Alessia, la mia sorella maggiore, credo che sia stata lei a chiamare i soccorsi.

“La dolente regina della notte”, come chiamavamo nostra madre, era morta: tutto perse di senso, non facevo che pensare a quanto odiassi mio padre. Una notte mi sentii i serpenti nel cervello. Mi alzai dal letto, uscii nel corridoio, andai alla porta della camera dei miei genitori ed entrai. Mio padre era disteso sul letto, nudo. Il suo concetto di pudore tra padre e figlie mi ha sempre infastidito. Qualcosa brillava sulle lenzuola, sembravano pillole, risi al pensiero che per il rimorso dovesse ricorrere ai sonniferi. Vidi la cinghia che conoscevo bene sul comodino, la presi, mi inginocchiai su di lui, una gamba da una parte e una dall'altra, feci scorrere la striscia di cuoio attorno al suo collo e tirai forte fermandomi solo quando sentii l’osso spezzarsi.

Stavo per uscire quando mi voltai a guardare: la pelle tesa sulle ossa del viso mi fece paura e così gli coprii la faccia con il cuscino di mia madre. Per tornare in camera dovetti strisciare lungo la parete, l’adrenalina mi aveva sciolto le articolazioni. Mi gettai sul letto distrutta, pensando a quelle vigliacche delle mie sorelle: avevo fatto io il lavoro sporco. 

 

TERESA

Erano dei disadattati del cazzo. Non sopportavo più quella vita da carcerata e morivo dalla voglia di andarmene, ma era la mia famiglia, ed era la cosa più importante che avevo. Le mie sorelle più grandi non le capivo: Melissa non usciva mai dalla sua camera, si sentiva una gran fica e pensava che io fossi invidiosa dei suoi capelli. Alessia, la più grande di noi tre, non parlava mai, sembrava che nulla potesse ferirla. Mi ricordo che quando mio padre la puniva lei non reagiva, ma si vedeva che lo odiava. Io non ho mai sopportato di vedere le mie sorelle picchiate da quell'animale, cercavo di fermarlo urlando e graffiando, tirandogli addosso tutto quello che mi capitava finché non smetteva. 

La notte della morte di mia madre io ero in camera mia, sentii Melissa urlare dalla cucina. Corsi subito da lei, pensando che mio padre la stesse picchiando. Appena entrata vidi mia madre per terra e Melissa inginocchiata vicino a lei che la chiamava dandole degli stupidi schiaffetti sulla faccia. Mio padre se ne stava rannicchiato contro il mobile con una corda tra le mani e gli occhi allucinati. Cazzo, fu come se un serpente a sonagli mi si fosse infilato nel cervello. Presi tutto quello che trovai e lo scaraventai contro le pareti. Melissa strillava riparandosi le orecchie con le mani. Stavo per fracassare il tostapane sulla testa di mio padre quando Alessia entrò in cucina,  posai il tostapane e corsi via. 

Una notte la rabbia divenne insopportabile. Lui aveva ucciso la mia mamma, una donna fragile, noi la chiamavamo “la dolente regina della notte”. Ero talmente incazzata che avrei potuto distruggere tutta la casa, il serpente a sonagli si era di nuovo infilato nel mio cervello. Uscii dalla mia camera, andai in cucina, presi un coltello dal ceppo, e percorsi il corridoio con le mani che mi tremavano, entrai in camera dei miei genitori e vidi mio padre che dormiva nudo con un cuscino in faccia. Non mi hai mai imbarazzato stare nuda davanti a mio padre, in fondo era mio padre, ma il suo cazzo flaccido mi fece un po’ schifo. Sul lenzuolo vidi brillare qualcosa di chiaro, sembravano pillole. 

Mi inginocchiai sul letto, afferrai il coltello con due mani e glielo piantai nella pancia. Non so quante volte lo colpii ma alla fine ero bagnata di sudore, le braccia mi facevano male e mi fischiavano le orecchie. Il letto era un mare di sangue, il corpo affondava nel lenzuolo, la testiera del letto gocciolava, la parete e il soffitto erano coperti di schizzi.

Uscendo dalla camera dei miei genitori mi resi conto che anche io ero ricoperta di sangue, andai in bagno e mi feci una doccia. Dopo mi guardai allo specchio: ero orgogliosa di me stessa, avevo fatto giustizia, per mia madre e per le mie sorelle. Il serpente a sonagli aveva smesso di agitare la coda.

 

ALESSIA

Un silenzio di tomba era l’unica arma che potevo opporre a quella vita da sepolti vivi. Non avevo più alcun dialogo con le mie sorelle. Melissa si era rifugiata in un mondo tutto suo, dove esistevano solo lei e le sue cose. Si sentiva bellissima e invidiabile.  Era molto legata a nostra madre, credo che fosse gelosa di nostro padre e lo odiasse per la sua brutalità. Quanto a Teresa, era troppo giovane e arrabbiata, per capire la realtà: mi vedeva solo come una sostituta della mamma.  

Quella notte fui svegliata dalle strilli e dal rumore. Andai in cucina, la prima cosa che vidi fu Teresa che lanciava i piatti contro i muri. Vidi nostro padre accucciato contro un mobile con una corda moscia tra le mani, poi vidi Teresa prendere il tostapane  per spaccarglielo sulla testa, così le urlai di smetterla. Lei si fermò, appoggiò il tostapane e scappò via piangendo. Solo allora mi accorsi di mia madre a terra e che sopra di lei c’era Melissa che la chiamava e le scuoteva, capii che era morta. Guardai mio padre, e lui abbassò gli occhi. 

Dopo fu come vivere con dei fantasmi, mio padre e le mie sorelle non uscivano dalle loro camere. Io invece dovevo vendicare mia madre. Era come avere un serpentello che strisciava lento nel cervello. Ogni notte entravo in camera, svegliavo mio padre, e gli rinfacciavo di aver ucciso la mamma, “la dolente regina della notte” come l’avevo battezzata quando ero un’adolescente caustica. Ero la più vecchia e sapevo tutto di lei, ma lui continuava a dire che lei era malata, ma io non gli credevo e continuavo il tormento.

Fino alla notte in cui lo trovai immobile, nudo sul letto, circondato da pillole che non avevo mai visto. Lo osservai a lungo, non credevo che fosse morto davvero. Quando ne fui sicura chiusi la porta e me ne tornai a dormire. Il serpentello nella mia testa si addormentò con me. Nella notte fui svegliata dai passi delle mie sorelle che uscirono dalle loro camere, le sentii camminare nel corridoio, ma non vi feci caso, ero troppo felice.

 

IL PADRE

Quando vidi Norma per la prima volta mi innamorai di lei all'istante, da quel giorno il mio compito fu quello di tenerla lontana dalla morte. Ero io a somministrarle le medicine che custodivo in una cassaforte in camera da letto. Ero io che tenevo a bada le sue crisi. Io ho cresciuto le nostre figlie, che della malattia della madre non sapevano nulla, ma dalla quale avevano preso tutta l’inquietudine.

Quella notte mi svegliai di soprassalto, lei non era accanto a me. La cercai e la trovai impiccata in cucina. Salii su una sedia e la liberai, il suo corpo mi cadde addosso e finimmo a terra. Mi tremavano le mani tanto da non riuscire a sciogliere il cappio al suo collo, e quando ce la feci arrivò Melissa. La sentii urlare alle mie spalle, mi sentii tirare via, ero senza forze e mi accasciai in un angolo, ricordo che stringevo ancora la corda tra le mani. Melissa scosse la madre per le spalle cercando di rianimarla, ma lei non reagì. Io continuavo a dirle di  smettere perché era inutile, ma lei non mi sentiva.

Il pianto di Melissa dovevano aver svegliato Teresa che entrò in cucina e quando vide la madre morta distrusse tutto quello che le capitò sotto mano, urlando contro di me che non avevo fatto niente, se non cercare di salvarla da se stessa. Continuavo a ripeterlo ma lei non mi sentiva, stava per tirarmi il tostapane quando arrivò Alessia, che si fermò sulla porta. Ricordo che richiamò Teresa, la quale corse via in lacrime. Io le dissi che l’avevo trovata impiccata, che avevo cercato di salvarla, ma lei non mi sentiva, mi guardava con il suoi occhi freddi. Da quella notte iniziò il tormento: ogni notte Alessia veniva a sibilarmi il suo odio all'orecchio e sentivo le sue sorelle aggirarsi nelle loro camere come serpi in una cesta. 

Le nostre figlie non possono comprendere il mio dolore per la morte di Norma. Mi mancano i suoi lunghi capelli neri, i suoi occhi profondi e tristi, e la sua pelle morbida e bianca. Ora non ce la faccio più, scrivo queste ultime righe per spiegare che non ho ucciso mia moglie. Era una donna depressa e io ho sempre cercato di proteggerla. Non so come si sia procurata la corda. Ma non ha più importanza, ho aperto la cassetta di sicurezza dove tenevo le sue pillole. 

Non sono riuscito a salvarla.